Tastiere parallele

Un'acropoli silenziosa a specchio dell'ampio Golfo degli Angeli, un dedalo di viuzze assolate, torri di pietra erette dai Pisani a guardia del loro piccolo impero tirrenico e marmoree policromie di facciate romaniche, voltoni catalani e bifore aragonesi, rustici campanili andalusi, basiliche dai cupoloni piastrellati e sussiegosi palazzi del Viceregno spagnolo, austeri bastioni sabaudi. Il quartiere cagliaritano di Castello, risorto dai bombardamenti del 1943, indi scampato agli scempi non meno temibili del turismo di massa, offre una cornice ideale per manifestazioni elitarie come il "Festival Bach 01", dove "01" sta certo per l'incipit del nuovo secolo, ma anche per un primo incontro, auspicabilmente destinato a ricorsi futuri, fra il cuore antico dell'isola mediterranea e le radici di un pensiero musicale la cui attualità perdura in tempi di cross-over tra generi e culture globalizzate. Tale è almeno l'ambizioso programma del suo direttore artistico, il cagliaritano (ma milanese d'adozione) Lucio Garau, un quarantenne già distintosi come ricercatore etnomusicologico, nonché compositore post-minimalista e "acusmatico" con robusti interessi per la storia e la didattica della sua arte, e che ora giunge ad esporsi nella veste di pianista non digiuno dei dibattiti sulla prassi esecutiva barocca. Quasi in cavalleresca disfida tra filologi e modernisti, lui ed i suoi ospiti venuti d'oltremare (tra i più esotici l'americano Jory Vinikour, l'olandese Menno van Delft e il persiano Rahmin Bahrami) si sono alternati al clavicembalo Taskin e allo Yamaha gran coda nel corso di sei serate fra il 15 e il 30 settembre, offrendo letture parallele dei massimi capolavori tastieristici bachiani. Spesso in confronto diretto o di poco differito, come è avvenuto col Concerto italiano BWV 971 che i Cagliaritani hanno potuto ascoltare sul cembalo il 22 settembre (da Vinikour, un eccellente allievo di Kenneth Gilbert e Huguette Dreyfus, nella chiesa di S. Chiara) e la sera successiva al pianoforte dallo stesso Garau, a S.Maria del Monte.

A mero titolo di campione sono poi da segnalare le inedite strategie esecutive con le quali Garau ha preso d'assalto il Preludio e fuga in Re maggiore (BWV 850) dal Clavicembalo ben temperato, colmando l'esordio di dramma col cantabile inquieto e tagliente della mano destra sullo sfondo di un basso rarefatto, mentre la conclusione del brano, ispessita dall'occasionale interpolazione di una terza voce, si snodava in possenti folate improvvisative, descrivibili soltanto mediante l'ossimoro di "fuga in forma di toccata". Nelle Invenzioni a due e tre voci (BWV 772-786, BWV 787-801) egli pareva invece abbandonarsi ad un'interiore jam-session individuale, ma sempre misurata e accattivante: ornamentazione studiata per lo strumento (gruppetti in luogo di trilli), dolcezza di tocco, sostenuto fluire di una ritmica basata sul respiro più che sulla metronomia astratta; nessun cedimento a tentazioni decostruttive, anzi passione per le frasi lunghe e sinuose perseguite con coerenza d'intenti entro i meandri del tessuto contrappuntistico.

Carlo Vitali, Amadeus numero 146 gennaio 2002