|
Sull’ op. 18, Principe
Principe (1995) nasce dalla riflessione intorno ad brano
per percussioni di Morton Feldman del 1964 (The King of Denmark), e mira all’esplorazione
di alcune particolarità acustiche del vibrafono e del glockenspiel. Da Feldman,
oltre alle capacità d’improvvisazione richieste all'interprete, Garau deriva
la particolare disposizione d'ascolto nei confronti del suono, lasciato risuonare
liberamente a lungo, al fine di coglierne le più sottili riverberazioni. Ma
ciò senza rinunciare ad articolare il suono entro “patterns” discorsivi netti
e definiti (sorretti in modo precipuo da una chiara articolazione del parametro
ritmico), né tanto meno derogare dalla necessità di una chiara articolazione
formale dell’insieme (in Principe si individuano otto sezioni ben distinte).
La ritmicità globale cui spesso è informata la pratica compositiva di Garau, investe soprattutto il ruolo dell’interprete, chiamato a fornire alte prestazioni sia sotto il profilo esecutivo-interpretativo che sotto quello percettivo, improvvisativo e visivo-gestuale. “Tutta l'attenzione del pubblico deve stare sull’interprete, che come un prestigiatore fa suonare lo strumento”, scrive Garau in una nota acclusa alla partitura, quasi a sottolineare l’idea di una musica come virtuosismo del gesto, come abilità e disinvoltura nell’applicazione della tecnica.
Tutto però va ricondotto al momento centrale dell’ascolto: in alcuni punti importanti di articolazione del brano, l'esecutore deve ascoltare, mentre li provoca, i battimenti prodotti dall'urto di intervalli contigui di seconda minore presenti in alcuni accordi. Tale situazione d’ascolto, inglobata nel momento stesso dell’esecuzione, diventa stimolo per nuove modalità d’esecuzione, per nuove direzioni dell’immaginazione sonora e formale, dell’interprete e della composizione. Del resto, l'attitudine a concepire l'esperienza sonora come fatto globale, sintesi di componenti musicali ed extramusicali, in Garau è mediata dalla sua personale storia musicale e culturale, quella, da un lato, di attivo esecutore, dall’altro, di etnomusicologo, studioso delle launeddas sarde e dei fenomeni percettivi indotti dalla ripetitività dell'ascolto e dall'uso del silenzio. L’incontro con le musiche etniche e soprattutto con la tradizione minimalista (Steve Reich), perviene così ad un’inedita prospettiva didattica: suonare musica di Garau, significa anche sottoporsi ad una sorta di infaticabile training performativo, utile al potenziamento delle capacità analitiche, tecniche ed espressive degli strumentisti destinatari delle sue composizioni.
Benedetto Passannanti
|