Su Voyage

Imbrunisce, il paesaggio della città comincia a punteggiarsi di luci. A breve distanza dalla chiesa di S.Elena e dal nuovo municipio in vetro e cemento i primi spettatori varcano i cancelli delle ex fornaci Maxia. Visibilmente incuriositi e un po’ spaesati, superano le architetture del vecchio foro Hoffmann e raggiungono il luogo in cui si svolgerà lo spettacolo, al centro del piazzale. Strano, le sedie sono racchiuse all'interno di una struttura circolare (un binario?) e non esiste un palco.

Dalla platea, ancora vuota, gli sguardi riinviano alle innumerevoli quinte del teatro" circostante, il paesaggio urbano che ora, imprevedibilmente, si propone come "scenario" di questo convegno. Oltre le cinta dello stabilimento, fino all'orizzonte, la città si estende con la frammentazione di un'antica città in rovina. Vecchie case in pietra e mattoni crudi, si alternano a palazzi irti di antenne, comignoli, cisterne per l'acqua. L'insieme ricorda certi collages surrealisti di De Chirico o di Man Ray. Come si potrebbe restituire la città ad una dimensione estetica ad un'identità possibile? (i soliti interrogativi) Ma ecco due giovani in veste di anfitrioni invitano il pubblico a entrare nel cerchio della platea e a prendere posto. L'attenzione degli astanti si concentra sull'evento che sta per avere luogo e, subito, il Voyage ha inizio.

Lungo io binario circolare che circonda gli spettatori avanza un carrello semovente, un treno" carico di strumenti sonori. Incontra sulle rotaie percussori meccanici e preordinati ostacoli che determinano compesse e quasi indecifrabili sequenze sonore. Quattro percussionisti, dislocati esternamente, in posizioni diametralmente opposte, introducono una partitura che insiste e gioca sull'effetto di rotazione. L'immersione è totale e la dinamica sorprendente. Il suono si sposta e si irradia dalla periferia verso il centro. Le battute dei musicisti riinviano da una postazione all'altra, ruotano, "girano" attorno al pubblico, si susseguono con perfetta sincronia, quasi fossero originate da fonti sonore in movimento.

Poi affiorano delle immagini. Battiti di rullante ci trasportano improvvisamente in una piazza congestionata dal traffico (impossibile vivere in mezzo a tanto disordine) Un ovattato fruscio di spazzole fà pensare al volo di uccelli impazziti sopra le nostre teste, si allontanano tornano vicinissimi, volano via. Suoni profondi e primitivi di conchiglia riinviano gli uni agli altri come echi in una caverna. Tintinni di triangolo ci immergono nel flusso di una processione religiosa. E poi altre sensazioni, altre tappe di un viaggio immaginario, in un continuo transfert ambientale, si succedono e ci comunicano imprevedibili emozioni.

Quando lo spettacolo è finito gli spettatori vorrebbero trattenersi, riincontrarsi, parlare. A Quartu S.Elena, nel cuore dell'immenso sobborgo cagliaritano, nello stesso luogo in cui fino a pochi anni fa era quasi improbabile destinare risorse all'azione culturale, tale era la gravità delle emergenze irrisolte, questo concerto torna a suggerire nuovi stimoli e sensazioni ottimistiche. È la novità dell'impianto scenico e comunicativo che colpisce, induce a interrogarsi, piace. La propagazione del suono, lo spazio, il movimento, il rapporto tra i musicisti e il pubblico. Ma anche la percezion di un senso che sembra trascendere il meccanismo e le valenze propriamente musicali del concerto, che forse a a che fare con la scelta degli strumenti e con la natura dei suoni, densi di richiami dimenticati, talvolta ancestrali, e che riinvia ad altre riflessioni. Questo Voyage fra radici e sperimentazione smentisce l'idea che per far posto alla contemporaneità si debbano cancellare le tracce del passato, o che il passato possa solo essere salvato, in alcuni casi, estrapolandone dei frammenti simbolici e museificandoli. Afferma una possibilità di recupero di quanto appartiene alle nostre origini, anche a quelle più remote. Una possibilità improntata alla contemporaneità, anzi alla sperimentazione più radicale e alla bellezza.

È una sensazione immensamente benefica per chi vive in una città sconvolta dal conflitto tra passato e moderno, come tanti altri centri della Sardegna e d'Italia, e che solo ora, accingendosi ad un'impresa tanto difficile da semprare quasi impossibile, tenta di valorizzare il proprio patrimonio storico e naturale e si propone di conciliarlo con le esigenze della modernità. Col suo contenuto inventivo e le sue evocazini, questo concerto ci aiuta a immaginare e considerare possibile una città diversa, in un certo senso già ci fa vivere in una città diversa. Ora sappiamo di aver fatto bene a concorrere produttivamente alla sua realizzazione e siamo grati a chi ce lo ha proposto, l'inventore e compositore Lucio Garau.

Giovanni Columbu
regista e assessore alla cultura di Quartu S'Elena
(coproduttore di Voyage insieme al Cidim)