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Sull’ op. 7, Compresenze erranti
Morì la musica e i suoi gesti specifici. Viviamo un presente di erranti e complesse realtà che ci sommergono incessantemente e integralmente. L’essenziale oggi non è tanto sentire, ma piuttosto orientarci nel totum sonoro che ci atterisce e bagna.
E siamo ipersensibili: palpiamo, vediamo e perfino sentiamo l’odore di ciò che sentiamo. E Garau, come tanti exmusici ci aiuta con il suo “com-porre” a aprire la nostra finestra: l’ascolto sinestesico, ciò che oggi si chiama comunicazione MULTIMEDIA è questo, l’occhio intensifica l’ascolto, l’udito che spinge la visione, la cinesi che viene in aiuto a occhi e udito e l’oscurità e la luce che danno caorpo ad un hic et nunc concreto ma sdrucciolevole e vario.
Un esempio, il lungo stentato suonare in pianissimo tra pause di varia durata di “Compresenze erranti” mentre immense onde di azzurro-mare ci suggeriscono la cadenzata percezione del tempo con il suo procedere ritmico. Miscela che pagando il suo obolo di confusione chiarifica e senza dubbio il suo suonare è infestato - e non potrebbe essere diversamente - di parafrasi, alcune colte e ermetiche, altre minimali e etniche (quasi tutte quelle trattate con artifici elettroacustici): i musici siamo troppo attacati ad un fondo storico che tuttavia germina e ci cola nei pori. Per questo i migliori musicisti di oggi - come Lucio Garau - sono esseri anfibi: esseri di “tuttavia” e di “ora no” o come direbbe Heidegger, di “fatti conosciuti, ma anche di enigmi” perciò, per Garau (come per Varese o l’ultimo Nono) lo spazio è musica questo è “res compositiva”, non un mero accidente o condimento, che si popola di ricorsi e ritorni, di oscurità assoluta, di monitor video, di frasi che fanno risonare intelletti senzienti con le sue denotazioni etc. e tutto quello configura e delinea una proposta che (più che “opus”) è temporale seminare senza confini né pregiudizi.
La musica di Garau pertanto è un intervento nel nostro atto della percezione, atto che si realizza in modi differenti e che, pertanto, genera molti diversi avvenimenti, alcuni critici, non tutti acustici. Ne consegue che la musica di Garau (una musica senza mordicchiature né climax) non conclude con lo smettere di suonare, ma dopo l’ascolto, continua a chiamarci con i suoi delays sovrapposti, i suoi ostinati, i suoi silenzi e fenditure (previsti o casuali) con una coda lunga e persistente nella memoria di chi percepisce, in cui - rara avis - persiste in contumacia.
Llorenc Barber
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